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Ecco come vengono SMONTATI i PRESUNTI crimini comunisti...
(troppo vecchio per rispondere)
Federico Degni
2005-12-18 21:08:29 UTC
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10 febbraio 2005

La verità nel pozzo,
ovvero come si costruisce il senso comune fascista


Articolo di Gino Candreva, dell'Istituto Pedagogico della Resistenza,
sulle foibe

“a Pola xe l’Arena/ la Foiba xe a Pisin
che i buta zo in quel fondo/ chi ga certi morbin”
(Canzoncina fascista antislava)

Una volta la formazione della “coscienza nazionale” era affidata ai
grandi romanzi storici, Ettore Fieramosca o Marco Visconti, senza voler
scomodare I promessi sposi, o a poeti come Foscolo e Alfieri, le cui
ossa fremevano amor di patria. Quando a chiamare l’Italia “patria” erano
in maggioranza. Ora bisogna accontentarci di Alberto Negrin e Leo
Gullotta, artisti (ci dicono) di sinistra, prestati (speriamo
temporaneamente) alla destra, e del loro Cuore nel pozzo, una “fiction”
storica, che però non è un romanzone storico, che parla di foibe ed
esodi e vanta la consulenza di Giovanni Sabbatucci, ma è un “racconto di
sentimenti” senza pretese storiche, come dice il suo regista. Questa
sfilza di affermazioni che si contraddicono dovrebbero evitare allo
sceneggiato una critica storica e una critica estetica. Non si può
criticare sul piano scrupolosità storica una storia di sentimenti, e
come si può dare un giudizio estetico a una tragedia così struggente,
senza cadere nella prosaicità e nell’insensibilità?
In realtà il senso del Cuore nel pozzo è un’operazione politica tesa
alla costruzione di un senso comune nazionalista anticomunista,
utilizzando il capro espiatorio della “violenza slava” contro i poveri
italiani, progettata a tavolino dal ministro neofascista della Cultura
popolare Gasparri, già dal 2002. In un’intervista alla Stampa, il 18
aprile 2002, Gasparri dichiarava: “Penso che sarebbe più efficace una
fiction che raccontasse la storia di una di quelle povere famiglie. Sono
grandi tragedie. Come quella dell'Olocausto o di Anna Frank.” E la Rai
ha servilmente ubbidito alle direttive del Goebbelsino di casa nostra.
Una Rai che non ha mai mandato in onda Fascist Legacy, documentario
della Bbc sui crimini italiani in Jugoslavia, Libia e Etiopia,
acquistato già dal nel 1989. In un paese nel quale in pratica si vieta
la proiezione del Leone del deserto, film sulla resistenza araba
all’occupazione italiana della Libia.
Che si tratti di un’operazione politica è dimostrato anche dalla
proiezione dell’anteprima alla vigilia e nella stessa sede, il Palazzo
dei Congressi all’Eur di Roma, della conferenza di celebrazione dei 10
anni di Alleanza Nazionale, ovvero dalla vestizione in doppiopetto del
partito neofascista che, è bene ricordarlo, mantiene ancora nello stemma
il catafalco di Mussolini. E dal sito di An si accede direttamente,
tramite un link, a quello dello sceneggiato. “Fiction” servita, dunque.
Che si tratti di una strumentalizzazione orchestrata a tavolino se ne
deve essere accorto lo stesso Leo Gullotta, che a un certo punto ha
abbandonato la sala dell’anteprima.
Una fiction che fa scempio della verità storica, anch’essa finita nel
pozzo, infoibata con i corpi di tanti innocenti, slavi e italiani, la
cui fine è da addebitare a una guerra, voluta dai nazifascisti, di
aggressione alle popolazioni Jugoslave. E non al sadismo di qualche capo
partigiano jugoslavo come Novak.
Già a partire dai titoli di testa lo sceneggiato prende per buone le
cifre delle “migliaia e migliaia” di infoibati. Cifra diffusa
dall’estrema destra, già a partire dalla riconquista italotedesca del
1943, poi rafforzata nel dopoguerra da “storici” come Luigi Papo e
altri. Dopo la breve parentesi del potere popolare nel 1943, il ritorno
dei nazifascisti è stata accompagnata da esecuzioni di massa di
partigiani e civili, antifascisti jugoslavi e soldati italiani che non
volevano combattere nelle file della Rsi. A giustificare queste
rappresaglie venne costruita la menzogna delle migliaia di infoibati
italiani. Le denunce di scomparsi, dopo il 1943 e dopo il 1945, in
totale sono di circa 10.500, tra vittime degli scontri e della guerra di
liberazione, morti in combattimento o nei campi di concentramento, tra
italiani e jugoslavi. Gran parte di questi erano collaborazionisti e
fascisti, tantissimi gli slavi e gli antifascisti infoibati durante il
ventennio o tra il ’43 e il ‘45. Giacomo Scotti, nel suo “Le foibe
fasciste che nessuno ricorda”, riporta che su 400 vittime nelle foibe
istriane del 1943 oltre la metà avevano cognomi slavi italianizzati. Lo
stesso Scotti, citando fonti triestine, tra cui lo storico Galliano
Fogar o l’ex sindaco di Trieste, riporta le vittime degli infoibamenti
ad alcune centinaia.
Eppure la sola federazione fascista di Trieste, già nel 1921, conta
circa 14.000 iscritti. E’ la più importante d’Italia. Mentre decine di
migliaia di italiani, fascisti o semplicemente opportunisti, avevano
partecipato alla cacciata degli slavi dalle loro terre, alla spoliazione
delle loro proprietà. La politica di snazionalizzazione di Mussolini
venne perseguita tramite l’espulsione di croati e sloveni e
l’incoraggiamento agli italiani perché occupassero le terre abbandonate.
La canzoncina riportata in testa (riferita da un intervento di Giacomo
Scotti) minaccia di infoibamento chiunque si opponga
all’italianizzazione delle terre slave di confine. Nonostante questo,
non si sviluppò tra le popolazioni slave un odio antitaliano, in quanto
tale. E contrariamente a quello che racconta l’alpino Fiorello nello
sceneggiato, i titini salvarono migliaia e migliaia di soldati italiani.
Alcuni si unirono all’Esercito di liberazione jugoslavo, come la
divisione “Garibaldi” in Montenegro, diretta da ufficiali badogliani,
che combatterono fianco a fianco degli jugoslavi contro i nazifascisti;
altri vennero rifocillati e fatti tornare a casa; altri ancora ospitati
dalla popolazione serba, croata o slovena fino al termine della guerra.
Scotti ricorda ancora l’episodio dei 3000 marinai di leva che vennero
imbarcati su un treno diretto in Germania per essere deportati, scortati
da qualche centinaio di tedeschi, che li avevano ricevuti in consegna
dai “patrioti” della Repubblica di Salò. Bene, i partigiani jugoslavi
fermarono il treno e liberarono i marinai italiani, che così, aiutati
dalle popolazioni locali, riuscirono a raggiungere l’Italia. Alcune
decine si unirono ai partigiani nella loro lotta di liberazione. Come
racconta Tomislav Ravnic,[segretario delll’Unione soldati antifascisti
della Croazia], gli antifascisti croati sono sconvolti dal fatto che i
media italiani scrivano che i partigiani uccidevano gli Italiani solo in
quanto Italiani. "Questa è una menzogna – dichiara Ravnic – quando nel
1943 abbiamo catturato 15.800 soldati italiani, non gli è successo
nulla. Avevamo un rapporto umano nei confronti dei prigionieri italiani.
E' per questo che io dico a Berlusconi, a Fini e alla compagnia che
dovrebbero inchinarsi di fronte ai nostri soldati che hanno salvato
migliaia di persone. I partigiani non hanno ucciso gli Italiani, ma i
fascisti che sono stati condannati dai Tribunali nazionali." (riportato
dal sito Osservatorio sui Balcani, 7 febbraio 2005)
Quindi la “confessione” di Ettore-Fiorello al Don Bruno-Gullotta è priva
di ogni fondamento.
In realtà la fiction confonde volutamente due periodi storici,
riportando episodi del 1943 al 1945. Ma forse al momento Sabbatucci era
distratto. Lo scopo è una mistificazione ideologica ben precisa. Si vuol
dare infatti l’idea del soldato italiano sbandato, che appartiene a dopo
l’armistizio del 1943. Ma la vicenda si svolge nel 1945, dopo il ritiro
tedesco. Anche allora c’erano “soldati” italiani, ma erano quelli che
avevano scelto, volontariamente, di combattere nelle file della Rsi.
Altro che soldati pacifisti. Sul piano della ricostruzione regge poco
l’escamotage che Ettore-Fiorello è un reduce dell’Armir, soprattutto
quando si rimprovera d’aver abbandonato il fucile. Oggi sappiamo che
oltre 600.000 militari italiani rifiutarono di combattere per il Duce
dopo l’8 settembre e per questo furono deportati in campi di
concentramento in Germania. Coloro che continuarono la guerra erano
volontari della morte, torturatori, aguzzini. Ebbene, un gruppo di
questi volontari di Salò, guidati da Ettore-Fiorello, a un certo punto
si trovano di fronte il sadico partigiano Novak e la sua banda, li
disarmano e… li lasciano andare incolumi, senza un graffio. Qual è il
messaggio? Gli italiani tutti buoni, anche i torturatori fascisti; gli
slavi tutti sadici, assassini, “slavocomunisti”. Lo stesso Novak, come
ci informa il sito dello sceneggiato, vuole rapire il figlio “per
eliminarlo” (http://www.ilcuorenelpozzo.rai.it – sintesi). Dunque, un
partigiano slavocomunista che ammazza la madre di suo figlio oltre a
qualche decina di altri poveri disgraziati, che insegue per mezza Istria
un gruppo di bambini condotti da un sacerdote e un repubblichino
pacifista, solo per rapire il figlio allo scopo di eliminarlo. Nel
frattempo distrugge qualche villaggio e incendia qualche asilo, giusto
per non stare con le mani in mano. E’ la moderna favola dei comunisti
che mangiano i bambini, solo che gli slavocomunisti sono più raffinati:
prima li arrostiscono. Il tutto condito dai consigli per gli acquisti di
sottilette, shampoo antiforfora o cioccolatini vari.
Leo Gullotta spiega che “è un'occasione innanzitutto per accendere una
fiammella sul totale silenzio dopo 60 anni”. E’ il solito ritornello.
Ogni volta si “scopre” la storia dall’inizio. Nessuno che dica “non
sapevo nulla nonostante la copiosa pubblicistica”. Eppure sono almeno
quaranta anni che si parla delle vicende belliche al confine orientale,
incluse le foibe, come il libro di Mario Pacor Confine orientale, ed.
Feltrinelli, 1964. Da allora si sono succedute centinaia di
pubblicazioni più o meno scientifiche sull’argomento. Mentre però la
ricerca storiografica ha segnato dei progressi importanti, anche se di
valore disomogeneo, con studi più recenti, da Raoul Pupo a Tone Ferenc,
a Giacomo Scotti a Claudia Cernigoi, a numerosi altri, l’estrema destra
oggi al governo ripropone tesi e personaggi legati alla Repubblica
sociale italiana e al fascismo, come Luigi Papo di Montona (Paolo de
Franceschi), ex ufficiale della Guardia nazionale repubblicana fascista,
responsabile della “Zona di operazioni litorale adriatico”, tra i più
prolifici difensori della tesi del “genocidio nazionale” e della
minaccia “slavocomunista”, i cui testi sono copiosamente acquistati con
denaro pubblico e regalati con non richiesta generosità dalle
Amministrazioni locali di destra a scuole e biblioteche.
Di parlare se ne è parlato e si continua a parlare; che non se ne parli
come vorrebbero i neofascisti al governo è un’altra faccenda.
Ed è il senso dell’operazione Il cuore nel pozzo. Fabbricare un
immaginario collettivo nazionalista attorno al programma politico di
Alleanza Nazionale. Ma non si tratta solo di un’operazione di basso
profilo elettorale. Costituisce il tentativo di rileggere la storia
d’Italia come storia della continuità della legittimità delle classi
dominanti, da quella liberale alla fascista a quella attuale. In questo
contesto tutti i crimini dell’imperialismo vengono sottaciuti, perché
commessi nell’interesse nazionale, dal massacro delle popolazioni etiopi
e jugoslave, ai bombardamenti sulla Serbia, all’intervento in Irak.
Questo consenso nazionalista è veramente “bipartisan”, unendo nello
stesso abbraccio Violante e Fini, D’Alema e donna Almirante.
Da qui la mitologia della “morte dello Stato” dopo l’8 settembre,
rappresentata dalla sconfitta di Ettore-Fiorello, la costruzione
dell’eterno nemico slavo che preme alle porte orientali (come dice Papo)
rappresentato dal sadico Novak, la celebrazione dell’identificazione
nazionale col clericofascismo, rappresentato dai buoni soldati italiani
e da Don Bruno-Gullotta. E’, detto in termini gramsciani, un’operazione
di egemonia culturale finalizzata al dominio politico. Quando An parla
di “memoria condivisa” a proposito delle foibe, in realtà intende questo
consenso nazionalista antislavo e, più in generale, sulla condivisione
degli interessi del capitalismo nazionale italiano. Il cuore nel pozzo è
stato accolto con entusiasmo nei circoli più estremi del fascismo
triestino; la platea dell’anteprima a Roma era composta solo da
esponenti di Alleanza Nazionale. D’altro canto in Slovenia e Croazia lo
sceneggiato è stato accolto con comprensibile timore e preoccupazione.
Invece di chiedere scusa per gli oltre 300.000 jugoslavi uccisi dai
nazifascisti, li si tratta da assassini e sadici torturatori. Un
revanscismo antislavo che sembrerebbe anacronistico oggi che la Slovenia
e la Croazia stanno per essere ammessa nell’Ue. Eppure ha un suo motivo
profondo. L’imperialismo italiano ha contribuito in maniera decisiva
alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia, sostenendo economicamente,
politicamente e militarmente i nazionalisti che precipitavano la
Federazione nella carneficina. E oggi cerca di rinfocolare gli odi
etnici per sgretolare gli staterelli sloveno e croato, inglobando
nell’Italia le regioni di confine, in particolare l’Istria e la
Dalmazia, che non ha mai cessato di considerare parte del “mare nostro”.
E’ la vecchia aspirazione di Mussolini espressa in un discorso del 20
settembre 1920 a Pola: “per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che
l’Adriatico, che è un nostro golfo ,,, sia in mani nostre; di fronte a
una razza come la slava, inferiore e barbara”. Da qui il giorno del
ricordo, il 10 febbraio, votato alla quasi unanimità dal Parlamento. Il
10 febbraio, giorno dei trattati di pace del 1947, o, come si dice dalla
parte dei fascisti, del Diktat imposto all’Italia. Ma questa è un’altra
storia, sulla quale cercheremo di tornare.

Gino Candreva


Il Volume "Operazione foibe a Trieste", di Claudia Cernigoi, ed altri
materiali sul sito

http://www.cnj.it/foibeatrieste

GIACOMO SCOTTI
FOIBE
Così iniziò la stagione di sangue


Le stragi istriane vanno inserite nel contesto storico della guerra
fascista e nazista alle popolazioni slave. Contro ogni
strumentalizzazione, ma anche contro ogni rimozione
«Si ammazza troppo poco», e «Non dente per dente, ma testa per dente»,
raccomandavano nel 1942 i generali italiani Marco Robotti e Mario
Roatta. Furono 200.000 i civili
«ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione italiani in Slovenia,
«Provincia del Carnaro», Dalmazia, Bocche di Cattaro e Montenegro
Per una giusta comprensione del fenomeno delle foibe istriane - ma
comprensione non significa affatto giustificazione di quei crimini - è
assolutamente necessario inserire la
questione nel contesto storico in cui si verificò e nel quadro più ampio
del periodo tra la fine della prima e lo svolgimento della seconda
guerra mondiale. Un periodo che fu
particolarmente tragico per una larga parte della popolazione istriana
venutasi a trovare inserita nel territorio di frontiera di un'Italia
asservita al regime fascista e perciò negata a
governare con giustizia territori plurietnici, plurilingui e
multiculturali, spinta a realizzare un preciso programma di oppressione
e snazionalizzazione dei sudditi cosiddetti allogeni e
alloglotti. Ancor prima della firma del Trattato di Rapallo del 1920 che
assegnò definitivamente l'Istria all'Italia, quando la regione era
soggetta al regime di occupazione militare, la
popolazione dell'Istria si trovò di fronte allo squadrismo in camicia
nera, importato da Trieste, che si manifestò con particolare
aggressività e ferocia. Gli stessi storici fascisti, tra
i quali l'istriano G.A. Chiurco, vantandosi delle gesta degli squadristi
e glorificandole nelle loro opere, hanno abbondantemente documentato i
misfatti compiuti - dagli assassinii di
antifascisti italiani quali Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a
Rovigno, Francesco Papo a Buie, Luigi Scalier a Pola ed altri - alla
distruzione delle Camere del lavoro ed
all'incendio delle Case del popolo, alle sanguinose spedizioni nei
villaggi croati e sloveni della penisola, ecc. Questi misfatti
continuarono sotto altra forma dopo la creazione del
regime: furono distrutti e/o aboliti tutti gli enti e sodalizi
culturali, sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì
ogni segno esteriore della presenza dei croati e sloveni,
vennero abolite le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro
giornali, i libri scritti nelle loro lingue furono considerati materiale
sovversivo; con un decreto del 1927
furono forzosamente italianizzati i cognomi di famiglia; migliaia di
persone finirono al confino. Nelle chiese le messe poterono essere
celebrate soltanto in italiano, le lingue croata
e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, furono
cacciate dai tribunali e dagli altri uffici, bandite dalla vita
quotidiana. Alcune centinaia di democratici italiani,
socialisti, comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più
elementari diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi
e lunghi anni di carcere inflitti dal Tribunale
speciale per la difesa dello Stato.

La sostituzione delle popolazioni allogene

Mi è capitato per le mani un opuscolo del ministro dei Lavori Pubblici
dell'era fascista Giuseppe Cobolli Gigli. Figlio del maestro elementare
sloveno Nikolaus Combol, classe
1863, italianizzò spontaneamente il cognome nel 1928 anche perchè sin
dal 1919 si era dato uno pseudonimo patriottico, Giulio Italico.
Divenuto poi un gerarca, prese un secondo
cognome, Gigli, dandosi un tocco di nobiltà. Questo signore, fu autore
di opuscoletti altamente razzisti, fra i quali Il fascismo e gli
allogeni, (da «Gerarchia», settembre 1927) in
cui sosteneva la necessità della pulizia etnica, attraverso la
sostituzione delle popolazioni «allogene» autoctone con coloni italiani
provenienti da altre provincie del Regno. Tra
l'altro volle tramandare ai posteri una canzoncina in voga fra gli
squadristi di Pisino. Il paese sorge sul bordo di una voragine che -
scrisse il Cobol-Cobolli - «la musa istriana ha
chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia,
minaccia con audaci pretese, le caratteristiche nazionali dell'Istria».
Quindi chi, fra i croati, aveva la pretesa, per
esempio, di parlare nella lingua materna, correva il pericolo di trovar
sepoltura nella Foiba. La canzoncina di Sua Eccelenza (testo dialettale
e traduzione italiana a fronte) diceva:

A Pola xe l'Arena/ la Foiba xe a Pisin:/ che i buta zo in quel fondo/
chi ga certo morbin.

(A Pola c'è l'Arena,/ a Pisino c'è la Foiba:/ in quell'abisso vien
gettato/ chi ha certi pruriti).

Dal che si vede che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e
risale agli inizi degli anni Venti del XX secolo. Putroppo essi non
rimasero allo stato di progetto e di
canzoncine. Riportiamo qui, dal quotidiano triestino Il Piccolo del 5
novembre 2001, la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924.

«Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un
mese, sono stato chiamato al lavoro "coatto", in quanto ebreo, e sono
stato destinato alle cave di bauxite, la
cui sede principale era a S. Domenica d'Albona.

Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato
trasferito a Verteneglio - ha dell'incredibile. La crudeltà dei fascisti
italiani contro chi parlava il croato, invece
che l'italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o
sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza
dalle loro abitazioni gli uomini, giovani
e vecchi, e con sistemi incredibili li trascinavano sino a Vignes,
Chersano e altre località limitrofe, ove c'erano delle foibe, e lì, dopo
un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel
baratro. Quando queste cavità erano riempite, ho veduto diversi camion,
di giorno e di sera, con del calcestruzzo prelevato da un deposito di
materiali da costruzione sito alla base
di Albona, che si dirigevano verso quei siti e dopo poco tempo
ritornavano vuoti. Allora, io abitavo in una casa sita nella piazza di
Santa Domenica d'Albona, adiacente alla chiesa,
e attraverso le tapparelle della finestra della stanza ho veduto più
volte, di notte, quelle scene che non dimenticherò finchè vivrò (...).
Mi chiedo sempre, pur dopo 60 anni, come
un uomo può avere tanta crudeltà nel proprio animo. Sono stati gli
italiani, fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire
i loro avversari. Logicamente, i partigiani di
Tito, successivamente, si sono vendicati usando lo stesso sistema. E che
dire dei fascisti italiani che il 26 luglio 1943 hanno fatto dirottare
la corriera di linea - che da Trieste era
diretta a Pisino e Pola - in un burrone con tutto il carico di
passeggeri, con esito letale per tutti. (. . .) Ho lavorato fra Santa
Domenica d'Albona, Cherso, Verteneglio sino
all'agosto del `43 e mai ho veduto un litigio fra sloveni, croati e
italiani (quelli non fascisti). L'accordo e l'amicizia era grande e
l'aiuto, in quel difficile periodo, era reciproco. Un
tanto per la verità, che io posso testimoniare».

60mila slavi in fuga dall'Istria

Per gli slavi il risultato del ventennio fascista e del triennio bellico
1940-43 fu la fuga dall'Istria di circa 60.000 persone. Purtroppo a
rafforzare il nazionalismo anti-italiano fu
ancora una volta il fascismo mussoliniano che nella seconda guerra
mondiale portò l'Italia ad aggredire i popoli jugoslavi.
Quell'aggressione tra il 6 aprile 1941 e l'inizio di
settembre 1943 fu caratterizzata dalle brutali annessioni di larghe
fette di Croazia e Slovenia e da una lunga serie di crimini di guerra.
Per ordine dello stesso Mussolini e di alcuni
generali si giunse alle scelte più draconiane dei comandi militari
italiani. Ne derivarono «rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza
perpetrata a danno delle popolazioni».

Nelle regioni della Croazia annesse all'Italia dopo il 6 aprile `41 si
ripetè quanto avvenuto in Istria dopo la Grande Guerra: si ricorse ad
ogni mezzo per la snazionalizzazione e
l'assimilazione, provocando inevitabilmente l'ostilità delle
popolazioni. Nella toponomastica, per cominciare da questo aspetto non
cruento dell'occupazione, fu recitata una vera e
propria tragicommedia, avendo come regista il prefetto della Provincia
del Carnaro e dei Territori Aggregati del Fiumano e della Kupa,
Temistocle Testa. Con suo decreto dell'8
settembre 1941 fu ordinato di «adottare senza indugio i nomi italiani di
tutti quei luoghi (comuni, frazioni, località) che erano da secoli
italiani e che la ventennale dominazione
jugoslava ha trasformato in denominazioni straniere». Così località del
profondo territorio interno lungo il fiume Kupa e nel Gorski Kotar
divennero: Belica= Riobianco, Bogovic =
Bogovi, BruÜic = Brissi, Buzdohanj = Buso, Crni Lug = Bosconero, Cabar =
Concanera, Glavani = Testani, Jelenje = Cervi, Kacjak = Serpaio, Koziji
Vrh= Montecarpino,
Medvedek = Orsano, Orehovica = Nocera Inferiore, Padovo = Padova, Pecine
= Grottamare e via traducendo o inventando. Trinajstici, presso Castua,
divenne Sassarino in
onore della divisione «Sassari» che vi teneva un reparto.

Ma ben presto, dopo aver battezzato città, comuni, villaggi e frazioni,
si passò a distruggere col fuoco quelli, fra di essi, che non
tolleravano l'italianizzazione né l'occupazione. In
data 30 maggio 1942 il Prefetto Testa, rese noto con pubblici manifesti
di aver fatto eseguire l'internamento nei campi di concentramento in
Italia di un numero indeterminato di
famiglie di Jelenje dalle cui abitazioni si erano allontanati giovani
maggiorenni senza informarne le autorità. Ma non si limitò alle
deportazioni. Con un manifesto si rendeva noto:
«Sono stase rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20
componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia». La
rappresaglia continuò.

Il 4 giugno gli uomini del II Battaglione Squadristi di Fiume
incendiarono le case dei villaggi: Bittigne di Sotto (Spodnje Bitinje),
Bittigne di Sopra (Gornje Bitnje), Monte Chilovi
(Kilovce), Rattecevo in Monte (Ratecevo). A Kilovce furono fucilate 24
persone.

Non c'è villaggio sul territorio di quelli che furono chiamati Territori
Aggregati e/o Annessi a contatto con l'Istria e la regione del Quarnero,
che non abbia avuto case bruciate o
sia stato interamente raso al suolo; non ci fu una sola famiglia che non
abbia avuto uno o più membri deportati oppure fucilati.

Centomila nei campi di concetramento

Ha scritto lo storiografo Carlo Spartaco Capogreco: «In Jugoslavia il
soldato italiano, oltre che quello del combattente ha svolto anche il
ruolo dell'aguzzino, non di rado facendo
ricorso a metodi tipicamente nazisti quali l'incendio dei villaggi, le
fucilazioni di ostaggi, le deportazioni in massa dei civili e il loro
internamento nei campi di concentramento». In
particolare evidenzia che il numero dei condannati e confinati «slavi»
della Venezia Giulia e dell'Istria fu particolarmente elevato, sicchè
dal giugno 1940 al settembre 1943 la
maggioranza degli «ospiti» dei campi di concentramento italiani era
costituita da civili sloveni e croati. Il numero totale dei civili
internati dall'Italia fascista superò di diverse volte
quello complessivamente raggiunto dai detenuti e confinati politici
antifascisti in tutti i 17 anni durante i quali rimasero in vigore le
«leggi eccezionali»; più di 800 italiani, fra alti
gerarchi civili e comandanti militari, furono denunciati per crimini di
guerra commessi durante la seconda guerra mondiale alla War Crimes
Commission dell'Organizzazione delle
Nazioni Unite. I campi di concentramento nei quali furono rinchiusi più
di centomila civili croati, sloveni, montenegrini ed erzegovesi erano
disseminati dall'Albania all'Italia
meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe
(Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel
Veneto. Non si contano, poi, i campi «di
transito e internamento» che funzionavano lungo tutta la costa dalmata,
sulle isole di Ugliano (Ugljan) e Melada (Molat). Quest' ultimo fu
definito da monsignor Girolamo Mileta,
vescovo di Sebenico, «un sepolcro di viventi». In quei lager italiani
morirono 11.606 sloveni e croati. Nel solo lager di Arbe ne morirono
2.600 circa, fra cui moltissimi vecchi e
bambini per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie. Il 15
dicembre 1942 l'Alto Commissario per la Provincia di Lubiana, Emilio
Grazioli, trasmise al Comando dell'XI Corpo
d'Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli
internati «presentavano nell'assoluta totalità i segni più gravi
dell'inanizione da fame». Sotto quel rapporto il
generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: «Logico ed opportuno
che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento.
Individuo malato = individuo
che sta tranquillo». Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero
inviò un fonogramma al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di
«briganti comunisti passati per le armi»
e «sospetti di favoreggiamento» arrestati. In una nota scritta a mano il
generale Mario Robotti impose: «Chiarire bene il trattamento dei
sospetti (. . .). Cosa dicono le norme 4c e
quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!». Il generale
Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia
nel marzo del 1942 aveva diramato
una Circolare 3C nella quale si legge: «Il trattamento da fare ai
ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma
bensì da testa per dente».

Furono circa 200.000 i civili «ribelli» falciati dai plotoni di
esecuzione italiani, dalla Slovenia alla «Provincia del Carnaro», dalla
Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro
senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di
generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari
fascisti. Potremmo citare altri documenti,
centinaia, che ci mostrano il volto feroce dell'Italia monarchica e
fascista in Istria e nei territori jugoslavi annessi o occupati nella
seconda guerra mondiale. Gli stupri, i saccheggi
e gli incendi di villaggi si ripetevano in ogni azione di
rastrellamento. Mi limiterò, per l'Istria ad alcuni episodi che
precedettero di pochi mesi i fatti del settembre 1943.

Il 6 giugno 1942 furono deportate nei campi di internamento in Italia 34
famiglie per un totale di 131 persone di Castua, Marcegli, Rubessi, San
Matteo e Spincici; i loro beni,
compreso il bestiame, furono confiscati o abbandonati al saccheggio
delle truppe, le loro case incendiate, dodici persone vennero fucilate.

I deportati in Italia, i villaggi rasi al suolo

Ancora più terribile fu la sorte toccata agli abitanti della zona di
Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa,
reparti di camicie nere e di truppe regolari,
irruppero nel villaggio di Podhum all'alba del 13 luglio. Rastrellata
l'intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il
campo di aviazione di Grobnico, mentre il
villaggio veniva prima saccheggiato e poi incendiato. Oltre mille capi
di bestiame grosso e 1300 di bestiame minuto furono portati via, 889
persone rispettivamente 185 famiglie
finirono nei campi di internamento italiani: più di cento maschi furono
fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni, il più giovane 13
anni appena.

Con un telegramma spedito a Roma il 13 luglio, Testa informò: «Ierisera
tutto l'abitato di Pothum nessuna casa esclusa est raso al suolo et
conniventi et partecipi bande ribelli nel
numero 108 sono stati passati per le armi et con cinismo si sono
presentati davanti ai reparti militari dell'armata operanti nella zona,
reparti che solo ultimi dieci giorni avevano
avuto sedici soldati uccisi dai ribelli di Pothum stop Il resto della
popolazione e le donne e bambini sono stati internati stop».

Nel solo Comune di Castua subirono spedizioni punitive diciassette
villaggi; furono passate per le armi 59 persone, altre 2311 furono
deportate e precisamente 842 uomini, 904
donne e 565 bambini; furono incendiate 503 case e 237 stalle. Sempre
nella zona di Fiume, il 3 maggio 1943, reparti di Camicie Nere e di
fanteria rastrellarono il villaggio di
Kukuljani e alcune sue frazioni, portarono via tutto il bestiame,
saccheggiarono le case, deportarono la popolazione e quindi appiccarono
il fuoco alle abitazioni, alle stalle e agli
altri edifici "covi di ribelli". Nei campi di internamento finirono 273
abitanti di Kukuljani e 200 di Zoretici.

Queste sanguinose persecuzioni indiscriminate contro la popolazione
civile slava furono denunciate anche da eminenti personalità politiche
italiane di Trieste, tra cui i firmatari di
un Promemoria presentato il 2 settembre 1943 da un "Fronte nazionale
antifascista" al Prefetto Giuseppe Cocuzza. Era passato un mese e mezzo
dalla caduta del regime fascista.
Nel documento, si fa una denuncia drammaticamente circostanziata delle
vessazioni, arresti, devastazioni ed esecuzioni sommarie «operate con
grande discrezionalità da bande di
squadristi che avevano goduto per troppo tempo della mano libera e della
compiacenza di certe autorità». Nell'iniziativa era evidente,
oltretutto, un «diffuso senso di paura per una
vendetta» che avrebbe potuto abbattersi indiscriminatamente sugli
Italiani dell'Istria come reazione «alla tracotanza del Regime e dei
suoi uomini più violenti che in Istria e nella
Venezia Giulia avevano usato strumenti e atteggiamenti fortemente
coercitivi nei riguardi delle popolazioni slave».
Stefano
2005-12-19 07:56:34 UTC
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Tra poco scriverete anche che i Gulag li hanno creati i Fascisti, che
tutti i massacri perpretati nei paesi dell'est sono una invenzione, che
santi i sinistrorsi a scusate voi oggi siete cattocomunisti.....
Il Partigiano SILVIO
2005-12-19 09:05:47 UTC
Permalink
Post by Stefano
Tra poco scriverete anche che i Gulag li hanno creati i Fascisti, che
tutti i massacri perpretati nei paesi dell'est sono una invenzione, che
santi i sinistrorsi a scusate voi oggi siete cattocomunisti.....
invece di sbraitare, contro-argomenta quello che hai letto

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Ho lavorato otto anni con Montanelli e credevo di essere di
destra nel senso che la destra era Montanelli. Quando ho visto la destra
all'opera ho deciso che non potevo essere di destra. Di sinistra non lo ero
prima e non posso esserlo adesso visto che la sinistra ha spianato la strada
a Berlusconi. Non sono più niente. In un paese normale voterei per i
conservatori. Ma la destra di Montanelli era già minoritaria prima. Senza di
lui è praticamente in estinzione.

(Marco Travaglio)
Stefano
2005-12-19 10:18:04 UTC
Permalink
Il mio non è sbraiatre, e non merita considerazioni il tuo scritto,
basta vedere chi sono gli autori dicono tutto....tu piuttosto ragiona
con la tua di testa e fai qualche riflessione, vedrai che ti si
apriranno gli occhi....
Finally Doc Semi True Serg1
2005-12-19 10:17:42 UTC
Permalink
Post by Stefano
Il mio non è sbraiatre, e non merita considerazioni il tuo scritto,
basta vedere chi sono gli autori dicono tutto....
Insomma: argomenti 0.
Al solito, e sì che di cose da dire ce n'erano parecchie.
Stefano
2005-12-19 10:25:27 UTC
Permalink
perchè sprecare tempo con chi non vuol capire negando l'evidenza dei
fatti.... non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire....
poi questo non è un post di politica ma di economia.... per voi
comunisti revisionisti un post di asserviti al capitale.... chissà che
ci fate qui...... cosa direbbe Bertinotti????
Finally Doc Semi True Serg1
2005-12-19 10:27:21 UTC
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Post by Stefano
perchè sprecare tempo con chi non vuol capire
Per esempio per dare prova di non essere l'imbecille che sembri a leggerti.
Per non sembrare il solito ignorante di questa destra fracassona,
incapace e ottusa che ripete a pappagallo cose di cui non sa nulla.
Post by Stefano
poi questo non è un post di politica ma di economia....
a) confondi i termini ng e post
b) sei tu a essere su un "ng" di politica, apri gli occhi, imbecille.
Stefano
2005-12-19 10:31:42 UTC
Permalink
grazie professore....
Finally Doc Semi True Serg1
2005-12-19 10:34:43 UTC
Permalink
Post by Stefano
grazie professore....
Ma prego, ignorantone.
Il Partigiano SILVIO
2005-12-19 10:34:51 UTC
Permalink
perch=E8 sprecare tempo con chi non vuol capire negando l'evidenza dei
fatti...
l'evidenza la stai negando tu.

Giacomo Scotti ha PROVATO, DOCUMENTATO che i morti nelle foibe sono
poche centinaia. Del resto, poche centinaia di corpi sono stati
rinvenuti. Ed ha documentato che perlopiù si trattava di fascisti e
collaborazionisti.

Sai che ci sono autori che per stabilire il numero di infoibato hanno
usato i METRI CUBI? In pratica, calcolavano i metri cubi di una foiba,
li dividevano per i metri cubi di un corpo umano medio e stabilivano
la cifra...

cazzo che evidenza dei fatti!


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Ho lavorato otto anni con Montanelli e credevo di essere di
destra nel senso che la destra era Montanelli. Quando ho visto la destra
all'opera ho deciso che non potevo essere di destra. Di sinistra non lo ero
prima e non posso esserlo adesso visto che la sinistra ha spianato la strada
a Berlusconi. Non sono più niente. In un paese normale voterei per i
conservatori. Ma la destra di Montanelli era già minoritaria prima. Senza di
lui è praticamente in estinzione.

(Marco Travaglio)
Il Partigiano SILVIO
2005-12-19 10:33:05 UTC
Permalink
On Mon, 19 Dec 2005 11:17:42 +0100, Finally Doc Semi True Serg1
Post by Finally Doc Semi True Serg1
Insomma: argomenti 0.
Al solito, e sì che di cose da dire ce n'erano parecchie.
vorrei inoltre sapere chi sono i suoi di autori...

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Ho lavorato otto anni con Montanelli e credevo di essere di
destra nel senso che la destra era Montanelli. Quando ho visto la destra
all'opera ho deciso che non potevo essere di destra. Di sinistra non lo ero
prima e non posso esserlo adesso visto che la sinistra ha spianato la strada
a Berlusconi. Non sono più niente. In un paese normale voterei per i
conservatori. Ma la destra di Montanelli era già minoritaria prima. Senza di
lui è praticamente in estinzione.

(Marco Travaglio)
Stefano
2005-12-19 10:37:00 UTC
Permalink
Prove come le fosse di Katyn che per 40 anni avete detto che furono i
Nazisti a massacrare gli ufficiali polacchi decapitandone così
l'esercito, e poi si scoprì che in realta furono le democratiche
truppe sovietiche, che quando erano alleate dei Nazisti, operarono
detta pulizia etnica....
Finally Doc Semi True Serg1
2005-12-19 10:40:05 UTC
Permalink
Post by Stefano
Prove come le fosse di Katyn che per 40 anni avete detto che furono i
Nazisti a massacrare gli ufficiali polacchi decapitandone così
l'esercito, e poi si scoprì che in realta furono le democratiche
truppe sovietiche, che quando erano alleate dei Nazisti, operarono
detta pulizia etnica....
Bwahahahahahahah, lo dicevo io che sei un coglione ignorante.
Stefano
2005-12-19 10:46:32 UTC
Permalink
Grazie per la tua eloquenza , mi sei stato di molto aiuto, per
comprendere la vostra ignoranza e bravura nel sapere solo insultare ...
chi legge saprà trarre opportune considerazioni.... negate pure le
fosse di Katyn tanto voi negate sempre tutto....
Finally Doc Semi True Serg1
2005-12-19 10:49:53 UTC
Permalink
Post by Stefano
Grazie per la tua eloquenza ,
E mica siamo tutti dei caproni di destra.
Post by Stefano
mi sei stato di molto aiuto, per
comprendere la vostra ignoranza
ecco siamo gia agli specchietti.

cerca di crescere, cretino.
Stefano
2005-12-19 10:56:21 UTC
Permalink
vedo che hai un linguaggio piuttosto limitato agli insulti, be dopo
tutto sei tu il saccente e io il povero ignorantotto, ora ti saluto ho
altro da fare Ciao compagno
Finally Doc Semi True Serg1
2005-12-19 11:01:19 UTC
Permalink
Post by Stefano
vedo che hai
vedo che hai iniziato a pignucolare e a scappare a riprova della tua
totale mancanza di argomenti.
Il Partigiano SILVIO
2005-12-19 10:53:12 UTC
Permalink
Post by Stefano
Prove come le fosse di Katyn che per 40 anni avete detto che furono i
Nazisti a massacrare gli ufficiali polacchi decapitandone cos=EC
l'esercito, e poi si scopr=EC che in realta furono le democratiche
truppe sovietiche, che quando erano alleate dei Nazisti, operarono
detta pulizia etnica....
io parlo delle FOIBE.

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Ho lavorato otto anni con Montanelli e credevo di essere di
destra nel senso che la destra era Montanelli. Quando ho visto la destra
all'opera ho deciso che non potevo essere di destra. Di sinistra non lo ero
prima e non posso esserlo adesso visto che la sinistra ha spianato la strada
a Berlusconi. Non sono più niente. In un paese normale voterei per i
conservatori. Ma la destra di Montanelli era già minoritaria prima. Senza di
lui è praticamente in estinzione.

(Marco Travaglio)
Stefano
2005-12-19 11:00:27 UTC
Permalink
ovvio allora fatti un giro da quelle parti e chiedi cosa ti diranno
loro..... la verità l'hanno sempre scritta solo i vincitori .
Saluti a tutti voi.
Il Partigiano SILVIO
2005-12-19 10:32:46 UTC
Permalink
Il mio non =E8 sbraiatre, e non merita considerazioni il tuo scritto,
basta vedere chi sono gli autori dicono tutto....
gli autori portano delle prove. a me interessano le PROVE, i DOCUMENTI
non il colore degli occhi o il profumo degli autori

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Ho lavorato otto anni con Montanelli e credevo di essere di
destra nel senso che la destra era Montanelli. Quando ho visto la destra
all'opera ho deciso che non potevo essere di destra. Di sinistra non lo ero
prima e non posso esserlo adesso visto che la sinistra ha spianato la strada
a Berlusconi. Non sono più niente. In un paese normale voterei per i
conservatori. Ma la destra di Montanelli era già minoritaria prima. Senza di
lui è praticamente in estinzione.

(Marco Travaglio)
marina
2005-12-19 10:45:01 UTC
Permalink
Post by Federico Degni
10 febbraio 2005
La verità nel pozzo,
ovvero come si costruisce il senso comune fascista
Articolo di Gino Candreva, dell'Istituto Pedagogico della Resistenza,
sulle foibe
“a Pola xe l’Arena/ la Foiba xe a Pisin
che i buta zo in quel fondo/ chi ga certi morbin”
(Canzoncina fascista antislava)
Una volta la formazione della “coscienza nazionale” era affidata ai grandi
romanzi storici, Ettore Fieramosca o Marco Visconti, senza voler scomodare
I promessi sposi, o a poeti come Foscolo e Alfieri, le cui ossa fremevano
amor di patria. Quando a chiamare l’Italia “patria” erano in maggioranza.
Ora bisogna accontentarci di Alberto Negrin e Leo Gullotta, artisti (ci
dicono) di sinistra, prestati (speriamo temporaneamente) alla destra, e
del loro Cuore nel pozzo, una “fiction” storica, che però non è un
romanzone storico, che parla di foibe ed esodi e vanta la consulenza di
Giovanni Sabbatucci, ma è un “racconto di sentimenti” senza pretese
storiche, come dice il suo regista. Questa sfilza di affermazioni che si
contraddicono dovrebbero evitare allo sceneggiato una critica storica e
una critica estetica. Non si può criticare sul piano scrupolosità storica
una storia di sentimenti, e come si può dare un giudizio estetico a una
tragedia così struggente, senza cadere nella prosaicità e nell’insensibilità?
In realtà il senso del Cuore nel pozzo è un’operazione politica tesa alla
costruzione di un senso comune nazionalista anticomunista, utilizzando il
capro espiatorio della “violenza slava” contro i poveri italiani,
progettata a tavolino dal ministro neofascista della Cultura popolare
Gasparri, già dal 2002. In un’intervista alla Stampa, il 18 aprile 2002,
Gasparri dichiarava: “Penso che sarebbe più efficace una fiction che
raccontasse la storia di una di quelle povere famiglie. Sono grandi
tragedie. Come quella dell'Olocausto o di Anna Frank.” E la Rai ha
servilmente ubbidito alle direttive del Goebbelsino di casa nostra. Una
Rai che non ha mai mandato in onda Fascist Legacy, documentario della Bbc
sui crimini italiani in Jugoslavia, Libia e Etiopia, acquistato già dal
nel 1989. In un paese nel quale in pratica si vieta la proiezione del
Leone del deserto, film sulla resistenza araba all’occupazione italiana
della Libia.
Che si tratti di un’operazione politica è dimostrato anche dalla
proiezione dell’anteprima alla vigilia e nella stessa sede, il Palazzo dei
Congressi all’Eur di Roma, della conferenza di celebrazione dei 10 anni di
Alleanza Nazionale, ovvero dalla vestizione in doppiopetto del partito
neofascista che, è bene ricordarlo, mantiene ancora nello stemma il
catafalco di Mussolini. E dal sito di An si accede direttamente, tramite
un link, a quello dello sceneggiato. “Fiction” servita, dunque. Che si
tratti di una strumentalizzazione orchestrata a tavolino se ne deve essere
accorto lo stesso Leo Gullotta, che a un certo punto ha abbandonato la
sala dell’anteprima.
Una fiction che fa scempio della verità storica, anch’essa finita nel
pozzo, infoibata con i corpi di tanti innocenti, slavi e italiani, la cui
fine è da addebitare a una guerra, voluta dai nazifascisti, di aggressione
alle popolazioni Jugoslave. E non al sadismo di qualche capo partigiano
jugoslavo come Novak.
Già a partire dai titoli di testa lo sceneggiato prende per buone le cifre
delle “migliaia e migliaia” di infoibati. Cifra diffusa dall’estrema
destra, già a partire dalla riconquista italotedesca del 1943, poi
rafforzata nel dopoguerra da “storici” come Luigi Papo e altri. Dopo la
breve parentesi del potere popolare nel 1943, il ritorno dei nazifascisti
è stata accompagnata da esecuzioni di massa di partigiani e civili,
antifascisti jugoslavi e soldati italiani che non volevano combattere
nelle file della Rsi. A giustificare queste rappresaglie venne costruita
la menzogna delle migliaia di infoibati italiani. Le denunce di scomparsi,
dopo il 1943 e dopo il 1945, in totale sono di circa 10.500, tra vittime
degli scontri e della guerra di liberazione, morti in combattimento o nei
campi di concentramento, tra italiani e jugoslavi. Gran parte di questi
erano collaborazionisti e fascisti, tantissimi gli slavi e gli
antifascisti infoibati durante il ventennio o tra il ’43 e il ‘45. Giacomo
Scotti, nel suo “Le foibe fasciste che nessuno ricorda”, riporta che su
400 vittime nelle foibe istriane del 1943 oltre la metà avevano cognomi
slavi italianizzati. Lo stesso Scotti, citando fonti triestine, tra cui lo
storico Galliano Fogar o l’ex sindaco di Trieste, riporta le vittime degli
infoibamenti ad alcune centinaia.
Eppure la sola federazione fascista di Trieste, già nel 1921, conta circa
14.000 iscritti. E’ la più importante d’Italia. Mentre decine di migliaia
di italiani, fascisti o semplicemente opportunisti, avevano partecipato
alla cacciata degli slavi dalle loro terre, alla spoliazione delle loro
proprietà. La politica di snazionalizzazione di Mussolini venne perseguita
tramite l’espulsione di croati e sloveni e l’incoraggiamento agli italiani
perché occupassero le terre abbandonate. La canzoncina riportata in testa
(riferita da un intervento di Giacomo Scotti) minaccia di infoibamento
chiunque si opponga all’italianizzazione delle terre slave di confine.
Nonostante questo, non si sviluppò tra le popolazioni slave un odio
antitaliano, in quanto tale. E contrariamente a quello che racconta l’alpino
Fiorello nello sceneggiato, i titini salvarono migliaia e migliaia di
soldati italiani. Alcuni si unirono all’Esercito di liberazione jugoslavo,
come la divisione “Garibaldi” in Montenegro, diretta da ufficiali
badogliani, che combatterono fianco a fianco degli jugoslavi contro i
nazifascisti; altri vennero rifocillati e fatti tornare a casa; altri
ancora ospitati dalla popolazione serba, croata o slovena fino al termine
della guerra. Scotti ricorda ancora l’episodio dei 3000 marinai di leva
che vennero imbarcati su un treno diretto in Germania per essere
deportati, scortati da qualche centinaio di tedeschi, che li avevano
ricevuti in consegna dai “patrioti” della Repubblica di Salò. Bene, i
partigiani jugoslavi fermarono il treno e liberarono i marinai italiani,
che così, aiutati dalle popolazioni locali, riuscirono a raggiungere l’Italia.
Alcune decine si unirono ai partigiani nella loro lotta di liberazione.
Come racconta Tomislav Ravnic,[segretario delll’Unione soldati
antifascisti della Croazia], gli antifascisti croati sono sconvolti dal
fatto che i media italiani scrivano che i partigiani uccidevano gli
Italiani solo in quanto Italiani. "Questa è una menzogna – dichiara
Ravnic – quando nel 1943 abbiamo catturato 15.800 soldati italiani, non
gli è successo nulla. Avevamo un rapporto umano nei confronti dei
prigionieri italiani. E' per questo che io dico a Berlusconi, a Fini e
alla compagnia che dovrebbero inchinarsi di fronte ai nostri soldati che
hanno salvato migliaia di persone. I partigiani non hanno ucciso gli
Italiani, ma i fascisti che sono stati condannati dai Tribunali
nazionali." (riportato dal sito Osservatorio sui Balcani, 7 febbraio 2005)
Quindi la “confessione” di Ettore-Fiorello al Don Bruno-Gullotta è priva
di ogni fondamento.
In realtà la fiction confonde volutamente due periodi storici, riportando
episodi del 1943 al 1945. Ma forse al momento Sabbatucci era distratto. Lo
scopo è una mistificazione ideologica ben precisa. Si vuol dare infatti l’idea
del soldato italiano sbandato, che appartiene a dopo l’armistizio del
1943. Ma la vicenda si svolge nel 1945, dopo il ritiro tedesco. Anche
allora c’erano “soldati” italiani, ma erano quelli che avevano scelto,
volontariamente, di combattere nelle file della Rsi. Altro che soldati
pacifisti. Sul piano della ricostruzione regge poco l’escamotage che
Ettore-Fiorello è un reduce dell’Armir, soprattutto quando si rimprovera d’aver
abbandonato il fucile. Oggi sappiamo che oltre 600.000 militari italiani
rifiutarono di combattere per il Duce dopo l’8 settembre e per questo
furono deportati in campi di concentramento in Germania. Coloro che
continuarono la guerra erano volontari della morte, torturatori, aguzzini.
Ebbene, un gruppo di questi volontari di Salò, guidati da Ettore-Fiorello,
a un certo punto si trovano di fronte il sadico partigiano Novak e la sua
banda, li disarmano e… li lasciano andare incolumi, senza un graffio. Qual
è il messaggio? Gli italiani tutti buoni, anche i torturatori fascisti;
gli slavi tutti sadici, assassini, “slavocomunisti”. Lo stesso Novak, come
ci informa il sito dello sceneggiato, vuole rapire il figlio “per
eliminarlo” (http://www.ilcuorenelpozzo.rai.it – sintesi). Dunque, un
partigiano slavocomunista che ammazza la madre di suo figlio oltre a
qualche decina di altri poveri disgraziati, che insegue per mezza Istria
un gruppo di bambini condotti da un sacerdote e un repubblichino
pacifista, solo per rapire il figlio allo scopo di eliminarlo. Nel
frattempo distrugge qualche villaggio e incendia qualche asilo, giusto per
non stare con le mani in mano. E’ la moderna favola dei comunisti che
mangiano i bambini, solo che gli slavocomunisti sono più raffinati: prima
li arrostiscono. Il tutto condito dai consigli per gli acquisti di
sottilette, shampoo antiforfora o cioccolatini vari.
Leo Gullotta spiega che “è un'occasione innanzitutto per accendere una
fiammella sul totale silenzio dopo 60 anni”. E’ il solito ritornello. Ogni
volta si “scopre” la storia dall’inizio. Nessuno che dica “non sapevo
nulla nonostante la copiosa pubblicistica”. Eppure sono almeno quaranta
anni che si parla delle vicende belliche al confine orientale, incluse le
foibe, come il libro di Mario Pacor Confine orientale, ed. Feltrinelli,
1964. Da allora si sono succedute centinaia di pubblicazioni più o meno
scientifiche sull’argomento. Mentre però la ricerca storiografica ha
segnato dei progressi importanti, anche se di valore disomogeneo, con
studi più recenti, da Raoul Pupo a Tone Ferenc, a Giacomo Scotti a Claudia
Cernigoi, a numerosi altri, l’estrema destra oggi al governo ripropone
tesi e personaggi legati alla Repubblica sociale italiana e al fascismo,
come Luigi Papo di Montona (Paolo de Franceschi), ex ufficiale della
Guardia nazionale repubblicana fascista, responsabile della “Zona di
operazioni litorale adriatico”, tra i più prolifici difensori della tesi
del “genocidio nazionale” e della minaccia “slavocomunista”, i cui testi
sono copiosamente acquistati con denaro pubblico e regalati con non
richiesta generosità dalle Amministrazioni locali di destra a scuole e
biblioteche.
Di parlare se ne è parlato e si continua a parlare; che non se ne parli
come vorrebbero i neofascisti al governo è un’altra faccenda.
Ed è il senso dell’operazione Il cuore nel pozzo. Fabbricare un
immaginario collettivo nazionalista attorno al programma politico di
Alleanza Nazionale. Ma non si tratta solo di un’operazione di basso
profilo elettorale. Costituisce il tentativo di rileggere la storia d’Italia
come storia della continuità della legittimità delle classi dominanti, da
quella liberale alla fascista a quella attuale. In questo contesto tutti i
crimini dell’imperialismo vengono sottaciuti, perché commessi nell’interesse
nazionale, dal massacro delle popolazioni etiopi e jugoslave, ai
bombardamenti sulla Serbia, all’intervento in Irak. Questo consenso
nazionalista è veramente “bipartisan”, unendo nello stesso abbraccio
Violante e Fini, D’Alema e donna Almirante.
Da qui la mitologia della “morte dello Stato” dopo l’8 settembre,
rappresentata dalla sconfitta di Ettore-Fiorello, la costruzione dell’eterno
nemico slavo che preme alle porte orientali (come dice Papo) rappresentato
dal sadico Novak, la celebrazione dell’identificazione nazionale col
clericofascismo, rappresentato dai buoni soldati italiani e da Don
Bruno-Gullotta. E’, detto in termini gramsciani, un’operazione di egemonia
culturale finalizzata al dominio politico. Quando An parla di “memoria
condivisa” a proposito delle foibe, in realtà intende questo consenso
nazionalista antislavo e, più in generale, sulla condivisione degli
interessi del capitalismo nazionale italiano. Il cuore nel pozzo è stato
accolto con entusiasmo nei circoli più estremi del fascismo triestino; la
platea dell’anteprima a Roma era composta solo da esponenti di Alleanza
Nazionale. D’altro canto in Slovenia e Croazia lo sceneggiato è stato
accolto con comprensibile timore e preoccupazione. Invece di chiedere
scusa per gli oltre 300.000 jugoslavi uccisi dai nazifascisti, li si
tratta da assassini e sadici torturatori. Un revanscismo antislavo che
sembrerebbe anacronistico oggi che la Slovenia e la Croazia stanno per
essere ammessa nell’Ue. Eppure ha un suo motivo profondo. L’imperialismo
italiano ha contribuito in maniera decisiva alla dissoluzione dell’ex
Jugoslavia, sostenendo economicamente, politicamente e militarmente i
nazionalisti che precipitavano la Federazione nella carneficina. E oggi
cerca di rinfocolare gli odi etnici per sgretolare gli staterelli sloveno
e croato, inglobando nell’Italia le regioni di confine, in particolare l’Istria
e la Dalmazia, che non ha mai cessato di considerare parte del “mare
nostro”. E’ la vecchia aspirazione di Mussolini espressa in un discorso
del 20 settembre 1920 a Pola: “per realizzare il sogno mediterraneo
bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo ,,, sia in mani nostre; di
fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara”. Da qui il giorno
del ricordo, il 10 febbraio, votato alla quasi unanimità dal Parlamento.
Il 10 febbraio, giorno dei trattati di pace del 1947, o, come si dice
dalla parte dei fascisti, del Diktat imposto all’Italia. Ma questa è un’altra
storia, sulla quale cercheremo di tornare.
Gino Candreva
Il Volume "Operazione foibe a Trieste", di Claudia Cernigoi, ed altri
materiali sul sito
http://www.cnj.it/foibeatrieste
GIACOMO SCOTTI
FOIBE
Così iniziò la stagione di sangue
Le stragi istriane vanno inserite nel contesto storico della guerra
fascista e nazista alle popolazioni slave. Contro ogni
strumentalizzazione, ma anche contro ogni rimozione
«Si ammazza troppo poco», e «Non dente per dente, ma testa per dente»,
raccomandavano nel 1942 i generali italiani Marco Robotti e Mario Roatta.
Furono 200.000 i civili
«ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione italiani in Slovenia,
«Provincia del Carnaro», Dalmazia, Bocche di Cattaro e Montenegro
Per una giusta comprensione del fenomeno delle foibe istriane - ma
comprensione non significa affatto giustificazione di quei crimini - è
assolutamente necessario inserire la
questione nel contesto storico in cui si verificò e nel quadro più ampio
del periodo tra la fine della prima e lo svolgimento della seconda guerra
mondiale. Un periodo che fu
particolarmente tragico per una larga parte della popolazione istriana
venutasi a trovare inserita nel territorio di frontiera di un'Italia
asservita al regime fascista e perciò negata a
governare con giustizia territori plurietnici, plurilingui e
multiculturali, spinta a realizzare un preciso programma di oppressione e
snazionalizzazione dei sudditi cosiddetti allogeni e
alloglotti. Ancor prima della firma del Trattato di Rapallo del 1920 che
assegnò definitivamente l'Istria all'Italia, quando la regione era
soggetta al regime di occupazione militare, la
popolazione dell'Istria si trovò di fronte allo squadrismo in camicia
nera, importato da Trieste, che si manifestò con particolare aggressività
e ferocia. Gli stessi storici fascisti, tra
i quali l'istriano G.A. Chiurco, vantandosi delle gesta degli squadristi e
glorificandole nelle loro opere, hanno abbondantemente documentato i
misfatti compiuti - dagli assassinii di
antifascisti italiani quali Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a
Rovigno, Francesco Papo a Buie, Luigi Scalier a Pola ed altri - alla
distruzione delle Camere del lavoro ed
all'incendio delle Case del popolo, alle sanguinose spedizioni nei
villaggi croati e sloveni della penisola, ecc. Questi misfatti
continuarono sotto altra forma dopo la creazione del
regime: furono distrutti e/o aboliti tutti gli enti e sodalizi culturali,
sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì ogni segno
esteriore della presenza dei croati e sloveni,
vennero abolite le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro
giornali, i libri scritti nelle loro lingue furono considerati materiale
sovversivo; con un decreto del 1927
furono forzosamente italianizzati i cognomi di famiglia; migliaia di
persone finirono al confino. Nelle chiese le messe poterono essere
celebrate soltanto in italiano, le lingue croata
e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, furono
cacciate dai tribunali e dagli altri uffici, bandite dalla vita
quotidiana. Alcune centinaia di democratici italiani,
socialisti, comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più
elementari diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e
lunghi anni di carcere inflitti dal Tribunale
speciale per la difesa dello Stato.
La sostituzione delle popolazioni allogene
Mi è capitato per le mani un opuscolo del ministro dei Lavori Pubblici
dell'era fascista Giuseppe Cobolli Gigli. Figlio del maestro elementare
sloveno Nikolaus Combol, classe
1863, italianizzò spontaneamente il cognome nel 1928 anche perchè sin dal
1919 si era dato uno pseudonimo patriottico, Giulio Italico. Divenuto poi
un gerarca, prese un secondo
cognome, Gigli, dandosi un tocco di nobiltà. Questo signore, fu autore di
opuscoletti altamente razzisti, fra i quali Il fascismo e gli allogeni,
(da «Gerarchia», settembre 1927) in
cui sosteneva la necessità della pulizia etnica, attraverso la
sostituzione delle popolazioni «allogene» autoctone con coloni italiani
provenienti da altre provincie del Regno. Tra
l'altro volle tramandare ai posteri una canzoncina in voga fra gli
squadristi di Pisino. Il paese sorge sul bordo di una voragine che -
scrisse il Cobol-Cobolli - «la musa istriana ha
chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia,
minaccia con audaci pretese, le caratteristiche nazionali dell'Istria».
Quindi chi, fra i croati, aveva la pretesa, per
esempio, di parlare nella lingua materna, correva il pericolo di trovar
sepoltura nella Foiba. La canzoncina di Sua Eccelenza (testo dialettale e
A Pola xe l'Arena/ la Foiba xe a Pisin:/ che i buta zo in quel fondo/ chi
ga certo morbin.
(A Pola c'è l'Arena,/ a Pisino c'è la Foiba:/ in quell'abisso vien
gettato/ chi ha certi pruriti).
Dal che si vede che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e
risale agli inizi degli anni Venti del XX secolo. Putroppo essi non
rimasero allo stato di progetto e di
canzoncine. Riportiamo qui, dal quotidiano triestino Il Piccolo del 5
novembre 2001, la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924.
«Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un
mese, sono stato chiamato al lavoro "coatto", in quanto ebreo, e sono
stato destinato alle cave di bauxite, la
cui sede principale era a S. Domenica d'Albona.
Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato
trasferito a Verteneglio - ha dell'incredibile. La crudeltà dei fascisti
italiani contro chi parlava il croato, invece
che l'italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o
sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza
dalle loro abitazioni gli uomini, giovani
e vecchi, e con sistemi incredibili li trascinavano sino a Vignes,
Chersano e altre località limitrofe, ove c'erano delle foibe, e lì, dopo
un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel
baratro. Quando queste cavità erano riempite, ho veduto diversi camion, di
giorno e di sera, con del calcestruzzo prelevato da un deposito di
materiali da costruzione sito alla base
di Albona, che si dirigevano verso quei siti e dopo poco tempo ritornavano
vuoti. Allora, io abitavo in una casa sita nella piazza di Santa Domenica
d'Albona, adiacente alla chiesa,
e attraverso le tapparelle della finestra della stanza ho veduto più
volte, di notte, quelle scene che non dimenticherò finchè vivrò (...). Mi
chiedo sempre, pur dopo 60 anni, come
un uomo può avere tanta crudeltà nel proprio animo. Sono stati gli
italiani, fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire i
loro avversari. Logicamente, i partigiani di
Tito, successivamente, si sono vendicati usando lo stesso sistema. E che
dire dei fascisti italiani che il 26 luglio 1943 hanno fatto dirottare la
corriera di linea - che da Trieste era
diretta a Pisino e Pola - in un burrone con tutto il carico di passeggeri,
con esito letale per tutti. (. . .) Ho lavorato fra Santa Domenica
d'Albona, Cherso, Verteneglio sino
all'agosto del `43 e mai ho veduto un litigio fra sloveni, croati e
italiani (quelli non fascisti). L'accordo e l'amicizia era grande e
l'aiuto, in quel difficile periodo, era reciproco. Un
tanto per la verità, che io posso testimoniare».
60mila slavi in fuga dall'Istria
Per gli slavi il risultato del ventennio fascista e del triennio bellico
1940-43 fu la fuga dall'Istria di circa 60.000 persone. Purtroppo a
rafforzare il nazionalismo anti-italiano fu
ancora una volta il fascismo mussoliniano che nella seconda guerra
mondiale portò l'Italia ad aggredire i popoli jugoslavi. Quell'aggressione
tra il 6 aprile 1941 e l'inizio di
settembre 1943 fu caratterizzata dalle brutali annessioni di larghe fette
di Croazia e Slovenia e da una lunga serie di crimini di guerra. Per
ordine dello stesso Mussolini e di alcuni
generali si giunse alle scelte più draconiane dei comandi militari
italiani. Ne derivarono «rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza
perpetrata a danno delle popolazioni».
Nelle regioni della Croazia annesse all'Italia dopo il 6 aprile `41 si
ripetè quanto avvenuto in Istria dopo la Grande Guerra: si ricorse ad ogni
mezzo per la snazionalizzazione e
l'assimilazione, provocando inevitabilmente l'ostilità delle popolazioni.
Nella toponomastica, per cominciare da questo aspetto non cruento
dell'occupazione, fu recitata una vera e
propria tragicommedia, avendo come regista il prefetto della Provincia del
Carnaro e dei Territori Aggregati del Fiumano e della Kupa, Temistocle
Testa. Con suo decreto dell'8
settembre 1941 fu ordinato di «adottare senza indugio i nomi italiani di
tutti quei luoghi (comuni, frazioni, località) che erano da secoli
italiani e che la ventennale dominazione
jugoslava ha trasformato in denominazioni straniere». Così località del
profondo territorio interno lungo il fiume Kupa e nel Gorski Kotar
divennero: Belica= Riobianco, Bogovic =
Bogovi, BruÜic = Brissi, Buzdohanj = Buso, Crni Lug = Bosconero, Cabar =
Concanera, Glavani = Testani, Jelenje = Cervi, Kacjak = Serpaio, Koziji
Vrh= Montecarpino,
Medvedek = Orsano, Orehovica = Nocera Inferiore, Padovo = Padova, Pecine =
Grottamare e via traducendo o inventando. Trinajstici, presso Castua,
divenne Sassarino in
onore della divisione «Sassari» che vi teneva un reparto.
Ma ben presto, dopo aver battezzato città, comuni, villaggi e frazioni, si
passò a distruggere col fuoco quelli, fra di essi, che non tolleravano
l'italianizzazione né l'occupazione. In
data 30 maggio 1942 il Prefetto Testa, rese noto con pubblici manifesti di
aver fatto eseguire l'internamento nei campi di concentramento in Italia
di un numero indeterminato di
famiglie di Jelenje dalle cui abitazioni si erano allontanati giovani
maggiorenni senza informarne le autorità. Ma non si limitò alle
«Sono stase rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20
componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia». La
rappresaglia continuò.
Il 4 giugno gli uomini del II Battaglione Squadristi di Fiume incendiarono
le case dei villaggi: Bittigne di Sotto (Spodnje Bitinje), Bittigne di
Sopra (Gornje Bitnje), Monte Chilovi
(Kilovce), Rattecevo in Monte (Ratecevo). A Kilovce furono fucilate 24
persone.
Non c'è villaggio sul territorio di quelli che furono chiamati Territori
Aggregati e/o Annessi a contatto con l'Istria e la regione del Quarnero,
che non abbia avuto case bruciate o
sia stato interamente raso al suolo; non ci fu una sola famiglia che non
abbia avuto uno o più membri deportati oppure fucilati.
Centomila nei campi di concetramento
Ha scritto lo storiografo Carlo Spartaco Capogreco: «In Jugoslavia il
soldato italiano, oltre che quello del combattente ha svolto anche il
ruolo dell'aguzzino, non di rado facendo
ricorso a metodi tipicamente nazisti quali l'incendio dei villaggi, le
fucilazioni di ostaggi, le deportazioni in massa dei civili e il loro
internamento nei campi di concentramento». In
particolare evidenzia che il numero dei condannati e confinati «slavi»
della Venezia Giulia e dell'Istria fu particolarmente elevato, sicchè dal
giugno 1940 al settembre 1943 la
maggioranza degli «ospiti» dei campi di concentramento italiani era
costituita da civili sloveni e croati. Il numero totale dei civili
internati dall'Italia fascista superò di diverse volte
quello complessivamente raggiunto dai detenuti e confinati politici
antifascisti in tutti i 17 anni durante i quali rimasero in vigore le
«leggi eccezionali»; più di 800 italiani, fra alti
gerarchi civili e comandanti militari, furono denunciati per crimini di
guerra commessi durante la seconda guerra mondiale alla War Crimes
Commission dell'Organizzazione delle
Nazioni Unite. I campi di concentramento nei quali furono rinchiusi più di
centomila civili croati, sloveni, montenegrini ed erzegovesi erano
disseminati dall'Albania all'Italia
meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe (Rab)
fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. Non
si contano, poi, i campi «di
transito e internamento» che funzionavano lungo tutta la costa dalmata,
sulle isole di Ugliano (Ugljan) e Melada (Molat). Quest' ultimo fu
definito da monsignor Girolamo Mileta,
vescovo di Sebenico, «un sepolcro di viventi». In quei lager italiani
morirono 11.606 sloveni e croati. Nel solo lager di Arbe ne morirono 2.600
circa, fra cui moltissimi vecchi e
bambini per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie. Il 15
dicembre 1942 l'Alto Commissario per la Provincia di Lubiana, Emilio
Grazioli, trasmise al Comando dell'XI Corpo
d'Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli
internati «presentavano nell'assoluta totalità i segni più gravi
dell'inanizione da fame». Sotto quel rapporto il
generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: «Logico ed opportuno
che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento.
Individuo malato = individuo
che sta tranquillo». Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero
inviò un fonogramma al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di
«briganti comunisti passati per le armi»
e «sospetti di favoreggiamento» arrestati. In una nota scritta a mano il
generale Mario Robotti impose: «Chiarire bene il trattamento dei sospetti
(. . .). Cosa dicono le norme 4c e
quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!». Il generale
Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia
nel marzo del 1942 aveva diramato
una Circolare 3C nella quale si legge: «Il trattamento da fare ai ribelli
non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da
testa per dente».
Furono circa 200.000 i civili «ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione
italiani, dalla Slovenia alla «Provincia del Carnaro», dalla Dalmazia fino
alle Bocche di Cattaro e Montenegro
senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di
generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari
fascisti. Potremmo citare altri documenti,
centinaia, che ci mostrano il volto feroce dell'Italia monarchica e
fascista in Istria e nei territori jugoslavi annessi o occupati nella
seconda guerra mondiale. Gli stupri, i saccheggi
e gli incendi di villaggi si ripetevano in ogni azione di rastrellamento.
Mi limiterò, per l'Istria ad alcuni episodi che precedettero di pochi mesi
i fatti del settembre 1943.
Il 6 giugno 1942 furono deportate nei campi di internamento in Italia 34
famiglie per un totale di 131 persone di Castua, Marcegli, Rubessi, San
Matteo e Spincici; i loro beni,
compreso il bestiame, furono confiscati o abbandonati al saccheggio delle
truppe, le loro case incendiate, dodici persone vennero fucilate.
I deportati in Italia, i villaggi rasi al suolo
Ancora più terribile fu la sorte toccata agli abitanti della zona di
Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa,
reparti di camicie nere e di truppe regolari,
irruppero nel villaggio di Podhum all'alba del 13 luglio. Rastrellata
l'intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il
campo di aviazione di Grobnico, mentre il
villaggio veniva prima saccheggiato e poi incendiato. Oltre mille capi di
bestiame grosso e 1300 di bestiame minuto furono portati via, 889 persone
rispettivamente 185 famiglie
finirono nei campi di internamento italiani: più di cento maschi furono
fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni, il più giovane 13 anni
appena.
Con un telegramma spedito a Roma il 13 luglio, Testa informò: «Ierisera
tutto l'abitato di Pothum nessuna casa esclusa est raso al suolo et
conniventi et partecipi bande ribelli nel
numero 108 sono stati passati per le armi et con cinismo si sono
presentati davanti ai reparti militari dell'armata operanti nella zona,
reparti che solo ultimi dieci giorni avevano
avuto sedici soldati uccisi dai ribelli di Pothum stop Il resto della
popolazione e le donne e bambini sono stati internati stop».
Nel solo Comune di Castua subirono spedizioni punitive diciassette
villaggi; furono passate per le armi 59 persone, altre 2311 furono
deportate e precisamente 842 uomini, 904
donne e 565 bambini; furono incendiate 503 case e 237 stalle. Sempre nella
zona di Fiume, il 3 maggio 1943, reparti di Camicie Nere e di fanteria
rastrellarono il villaggio di
Kukuljani e alcune sue frazioni, portarono via tutto il bestiame,
saccheggiarono le case, deportarono la popolazione e quindi appiccarono il
fuoco alle abitazioni, alle stalle e agli
altri edifici "covi di ribelli". Nei campi di internamento finirono 273
abitanti di Kukuljani e 200 di Zoretici.
Queste sanguinose persecuzioni indiscriminate contro la popolazione civile
slava furono denunciate anche da eminenti personalità politiche italiane
di Trieste, tra cui i firmatari di
un Promemoria presentato il 2 settembre 1943 da un "Fronte nazionale
antifascista" al Prefetto Giuseppe Cocuzza. Era passato un mese e mezzo
dalla caduta del regime fascista.
Nel documento, si fa una denuncia drammaticamente circostanziata delle
vessazioni, arresti, devastazioni ed esecuzioni sommarie «operate con
grande discrezionalità da bande di
squadristi che avevano goduto per troppo tempo della mano libera e della
compiacenza di certe autorità». Nell'iniziativa era evidente, oltretutto,
un «diffuso senso di paura per una
vendetta» che avrebbe potuto abbattersi indiscriminatamente sugli Italiani
dell'Istria come reazione «alla tracotanza del Regime e dei suoi uomini
più violenti che in Istria e nella
Venezia Giulia avevano usato strumenti e atteggiamenti fortemente
coercitivi nei riguardi delle popolazioni slave».
ci sono diversi tipi di komunisti.....
come ce ne sono diversi tipi di slavi croati serbi albanesi macedoni
italiani istriani....ecc
ma uno solo è da condannare
il komunista opportunista e ladro e assassino
sotto le spoglie del liberatore
Il Partigiano SILVIO
2005-12-19 11:07:23 UTC
Permalink
Post by marina
ci sono diversi tipi di komunisti.....
come ce ne sono diversi tipi di slavi croati serbi albanesi macedoni
italiani istriani....ecc
ma uno solo è da condannare
il komunista opportunista e ladro e assassino
sotto le spoglie del liberatore
giusto! si stava meglio sotto Mussolini!

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Ho lavorato otto anni con Montanelli e credevo di essere di
destra nel senso che la destra era Montanelli. Quando ho visto la destra
all'opera ho deciso che non potevo essere di destra. Di sinistra non lo ero
prima e non posso esserlo adesso visto che la sinistra ha spianato la strada
a Berlusconi. Non sono più niente. In un paese normale voterei per i
conservatori. Ma la destra di Montanelli era già minoritaria prima. Senza di
lui è praticamente in estinzione.

(Marco Travaglio)
marina
2005-12-19 11:58:25 UTC
Permalink
Post by Il Partigiano SILVIO
Post by marina
ci sono diversi tipi di komunisti.....
come ce ne sono diversi tipi di slavi croati serbi albanesi macedoni
italiani istriani....ecc
ma uno solo è da condannare
il komunista opportunista e ladro e assassino
sotto le spoglie del liberatore
giusto! si stava meglio sotto Mussolini!
:-))
almeno una parte....
ma sotto i komunisti (oppurtonisti finti rossi)
non sta bene proprio nessuno
marina
2005-12-19 12:46:24 UTC
Permalink
io ti smonto gli innocentisti dai crimini komunisti...
ebbene ambedue extremisti sia di sx che di dx
hanno usato le foibe
ma la ragione di questo fatto sono uguali
non è stata una vendetta ma la volontà di eliminare
le persone per derubarle
di cosa?
la loro terra e appartenenza ad una certa razza
cioè per potersi permettere di stare al loro posto
è solo questo il motivo
i fascisti italiani volevano appropiarsi dell'istria e la dalmazia
i titini o komunisti a loro volta la stessa cosa
a spese di un popolo civile che devo dire si è visto travolto
da due etnie deficienti e barbare e ne ha pagato le spese
se era solo una vendetta non trovavano la morte migliaia
di persone ma solo alcune
è inutile parlare di vendette
è falso
è solo pulizia etnica fatta da ambedue le parti
bestioni......

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